« Lasciai Lavello da fanciullo; per lunghi anni però sempre lo tenni nel cuore… »

Ai lettori

Mi piace di premettere a questi miei sonetti dialettali, in cui tutto Lavello vuol rivivere attraverso il ricordo dei sentimenti lontani e vicini, il « saluto e messaggio » ch’io espressi ai miei concittadini, nella mattinata di domenica 4 settembre 1949, dalla ribalta del Cinema Teatro Cantone, gremito di popolo di ogni ceto, plaudente. Quella memorabile mia ripresa di contatto coi lavellesi mi fu di sprone a mantener la promessa di completare e pubblicare il volume dei sonetti, ch’ora appare in bella veste tipografica, suggestivamente illustrato da riproduzioni di disegni e dipinti del Prof. Alfonso Di Pasquale. Di questa cara spontanea collaborazione voglio qui ringraziare l’artista, che ha con intelletto d’amore tratto, da Lavello e dal caratteristico suo paesaggio, tanti motivi e figurazioni costituenti una densa raccolta di quadri geniali.

Il libretto dei miei canti è come una conversazione schietta aperta coi morti e coi vivi del mio luogo natale: una conversazione senza compromessi né sottintesi, in cui i cognomi e nomi sono autentici; persone fatti vicende episodi, veri: poiché nulla del rivelato e rievocato è a disdoro di nessuno, ma il tutto, insieme, risuona d’una dolce musica di nostalgia. Ecco dunque il nostro paese sorridere ridere lavorare pregare piangere sperare in questi miei versi fedeli d’immagini e di parole.

Ho cercato di superare come meglio ho potuto le difficoltà della « grafia » del nostro dialetto così irto di tronchi e dittonghi, facendola aderire alla pronunzia, senza turbare i ritmi gli accenti le rime e le cesure stesse dei centotredici sonetti; ma chi voglia dirli o recitarli dev’essere un dicitore accorto sapiente di poesia, che riesca a dare – a significare – la forza genuina del dialetto.

Lasciai Lavello da fanciullo; per lunghi anni però sempre lo tenni nel cuore, custodendone ogni impressione ogni ricordo, che nel silenzio e nella lontananza parevano radicarsi più profondo. Da questo silenzio armonioso dell’anima, da  questa lontananza lucente d’attesa, son nati ora i sonetti, Li cint’ sunitti de Lavidd’! Sono i vostri sonetti, o Lavellesi; e ognuno di voi potrà leggerli rileggerli cantarli, sotto le immagini dei vostri cari e dei nostri Santi, fra un sorriso e una lacrima, fra una grigia ora di tristezza e tre minuti di preghiera.

L’autore, ricantandoli in sé, tornerà ancora a Lavello (So’ turnato!) e si risentirà ancora in mezzo a voi, fino alla morte ed oltre, nell’alone del vostro affetto, che lo commuove lo consola e l’onora.

Roma, 21 marzo 1950

NICOLA CILENTI

Nicola Cilenti

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